martedì 11 novembre 2014

Concretamente pensando...

Sapete che ho sempre sognato il giro del mondo. 

Sono convinta, tuttavia, che quando si sogna si vede solo ciò che si vuole vedere; finché si continua a sognare, va bene così, ma se si intende trasformare un sogno in realtà, è necessario aprire bene gli occhi, ampliare la propria visuale e, nel caso fosse necessario, munirsi di lenti!

Ciò che voglio dire è che ho dovuto iniziare a pensare al mio viaggio per quello che sarà, in tutta la sua concretezza. 

Che cosa c'è al di là di una bella spiaggia caraibica? Cosa c'è al di là dell'intensità dei colori di un mercato maya? O ancora, che cosa c'è al di là della monumentalità che lascia senza parole della Piazza Rossa di Mosca o della Grande Muraglia? Cosa c'è al di la dell'anima travolgente di Rio de Janeiro? E al di là della semplicità della vita dei villaggi sul Delta del Mekong, della sacralità dei ghat di Varanasi piuttosto che del buffo volto di un koala? Che cosa c'è al di là di ciò che sogno?


Uno stile di vita itinerante. E' chiaro che volendo fare il giro del mondo, sarò sempre con la valigia in mano o, per essere più precisi, con il mio zaino sulle spalle. Dovrò spostarmi (e lo farò prevalentemente via terra!) da un luogo all'altro con una certa frequenza e dovrò cercarmi una nuova 'casa' con la stessa ciclicità. Se da un lato questo aspetto del viaggio mi entusiasma molto, dall'altro mi rendo conto che nel tempo potrebbe risultare difficile da sostenere, perché implica un certo impegno fisico, oltre che una ferrea volontà. Dopo aver messo gli occhiali - sono stati davvero necessari per riuscire a mettere a fuoco questa porzione di realtà! - mi è apparso chiaro che se correrò, se non viaggerò lentamente, magari 'spezzando' le distanze, sono destinata a tornare a casa, esausta, dopo l'ennesima tirata di 20 ore su un vecchio minibus sovraffollato; e la stessa cosa accadrà se non mi fermerò almeno per un po', quando sentirò di non farcela, in un 'nonsodove' che sentirò accogliente e che mi eviterà qualche notte insonne in un ostello fatiscente.

Un cambiamento (quasi) quotidiano delle abitudini. Partire significherà, molto banalmente, che non dormirò più nel mio letto, che non mangerò più il classico piatto di spaghetti al pomodoro, che non indosserò più quel vestito super chic, ma anche che ogni giorno - forse non proprio ogni giorno! - potrò assistere ad un alba e ad un tramonto con sfumature diverse, che potrò darmi alla scoperta di sapori e odori che ignoro, che potrei apprezzare o detestare, ma che conoscerò, che potrò andarmene in giro con un paio di leggings e una maglietta piuttosto che in costume senza farmi troppi problemi, almeno in alcune circostanze. Se mi fermassi a riflettere su tutto questo (o su innumerevoli esempi dello stesso genere), osservando la realtà solo da un determinato punto di vista, il primo che vi ho presentato, sono sicura che non partirei, che resterei qui, aggrappata a quelle che da sempre sono le mie abitudini e - ci tengo a sottolinearlo -  non ci sarebbe nulla di male. Non ce la faccio però a non guardare la realtà anche da un altra angolazione...

Una certa predisposizione a situazioni fastidiose. La scelta di fare il giro del mondo e ciò che porta con sé (uno stile di vita itinerante, un cambiamento quotidiano delle abitudini...), presuppone un'approccio, che continuamente si rinnova, a tutto ciò che è altro rispetto alla realtà che mi circonda. Se però voglio guardare a ciò che è altro, devo farlo aprendo entrambi gli occhi, nel bene e nel male. Ironizzando, voglio dire che, sì, domani potrei assistere ad una magnifica alba su un oceano sconfinato e vedere il sole tramontare dietro un vulcano con la sua colata di lava ancora fumante, ma che potrei anche rientrare in ostello e scoprire, prima, che un topolino rovista nel mio zaino, e poi, che ho perso un altro (l'ultimo!) paio di calzini. Oppure, potrei farmi tentare da un frutto esotico che, del tutto inaspettatamente, mi costringe a letto (o in bagno!) per tre giorni. I topi mi fanno schifo, mi dà i brividi andare in giro 'scalza' ed evito volentieri un mal di pancia, ma questi non sono dei buoni motivi per rinunciare al viaggio, fermo restando che situazioni probabilmente molto meno edulcorate potrebbero presentarsi ogni giorno. Diciamo che situazioni così, fastidiose, le ho messe in conto e che cercherò di affrontarle di volta in volta, per quello che saranno, allontanando il topolino, indossando le mie scarpe da ginnastica a piedi nudi finché non avrò modo di comprare dei nuovi calzini, imbottendomi di imodium...

Qualcuno, a questo punto, si aspetterebbe un paragrafo dedicato a rischi e pericoli; per me, tuttavia, non è così scontato affermare che viaggiare, genericamente parlando, sia rischioso o pericoloso. Non sono certo il tipo che si fa prendere dal panico pensando a furti, rapine, rapimenti, malattie, ecc., ecc.; d'altro canto, questo non vuol dire che voglio chiudere gli occhi di fronte alla questione. Prima di varcare i confini di un Paese, infatti, mi documenterò a fondo su eventuali problematiche legate alla sicurezza e all'incolumità del viaggiatore e, in ogni caso, mi lascerò guidare dal buon senso e dalla prudenza.

Tornando ai sogni. Vi siete mai chiesti perché rimangono tali per tanto tempo (o per sempre)? Forse perché lasciamo che i loro angoli sfuocati, indefiniti, diventino degli ampi spazi bianchi, oltre i quali è poi difficile vedere, persino ciò che c'è di più scontato...

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