Il Messico a primo impatto: l'arrivo a Valladolid

Sono entrata in città su uno di quei pullman di prima classe con tv e aria condizionata, i cosiddetti ADO, poiché a Cancun non avevo trovato collectivos diretti a Valladolid...

Caos. In un primo momento - dall'alto del mio confortevole sedile - riuscivo a vedere solo questo. All'improvviso, dopo ore trascorse in condizioni forse migliori di quelle in cui mi sono trovata a viaggiare in Italia ed in Europa in determinate circostanze, ho avuto la sensazione di essere in un altro mondo, diverso da quello in cui ho sempre vissuto, diverso da quello in cui mi sono trovata a viaggiare fino a quel momento.

Ambulanti che vendevano patatine, sfrecciando sui loro tricicli. Vecchine impegnate a sbucciare pompelmi e mandarini, sedute sui marciapiedi. Musica latina ad ogni angolo. Furgoni che andavano e venivano, facendo salire e scendere gente qua e là. In periferia, case precarie: di fatto quattro mura ed un tetto in lamiera. Donne che, per strada, preparavano e vendevano tacos.

In movimento, tutto ciò che scorgevo era in movimento. Ed io lo ero, su quel pullman. Continuamente mi imbattevo in qualcosa che attirava la mia attenzione, ma non riuscivo a posarvi gli occhi: tutto scorreva, troppo velocemente perché io potessi comprendere ciò che accadeva lì fuori.

Poi, una volta a Valladolid, sono scesa da quel pullman: passeggiando e facendomi guidare - in bicicletta (Se ti interessa, leggi: Valladolid in bicicletta: il tour del Hostal del Fraile) - anche al di fuori di quello che è il centro storico vero e proprio, ho scoperto una città che è - per farla semplice - viva...


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