Campeche e Palenque, condividendo un pezzo di strada...

In ostello, a Campeche, c'era solo Claire. Appena sono entrata in camerata, ha sollevato il capo e mi ha spiegato che non stava bene, probabilmente a causa di qualcosa che aveva mangiato. Abbiamo parlato qualche minuto, poi, lei ha continuato a riposare ed io ho deciso di uscire.

Ho passeggiato tutto il pomeriggio, come ammaliata dai colori della città (Leggi: Campeche è un'altra di quelle cittadine coloniali?).

Campeche: uno scorcio

Ero serena, tutto sommato.

Stavo facendo quello che ho sempre desiderato: viaggiavo, decidendo giorno per giorno che senso dare al mio percorso.

Sentivo forte la mancanza di Gianluca, ma ogni volta che potevo ascoltare la sua voce, avevo l'impressione che l'oceano, quello Atlantico, che ci separava, non esistesse. Farmi raccontare come aveva trascorso la giornata era fondamentale. Ed era fondamentale anche raccontargli ciò che mi accadeva: era un po' come condividere con lui ciò che stavo vivendo. Probabilmente, la mia serenità trovava linfa in quelle lunghe telefonate, che ci tenevano svegli fino a notte fonda e che ci buttavano giù dal letto all'alba.

Quando sono tornata in ostello, Claire sembrava stare meglio.

Chiacchierando abbiamo scoperto che avevamo un po' gli stessi programmi per i giorni a venire: entrambe eravamo dirette a Palenque (Leggi Il sito archeologico di Palenque, tra storia e mistero), in Chiapas.

L'indomani abbiamo dunque lasciato Campeche insieme. Le ore in autobus sono state il momento per raccontarsi, per raccontare dell'Italia io e dell'Australia lei. Molte cose in comune: l'età, la laurea, un contratto scaduto e non rinnovato. Ma aspettative per il futuro - lavorativamente parlando - radicalmente diverse: di Claire mi ha colpita la sicurezza nell'affermare di non avere dubbi riguardo al fatto che, una volta a casa, avrebbe avuto altre opportunità di mettersi alla prova nell'ambito per cui si è preparata, oltre alla fiducia che nutre nei confronti del suo Paese. Io, da questo punto di vista, penso che un'opportunità dovrò darmela da sola, una volta terminata quest'avventura, costruendo qualcosa di mio. Ho infatti come la sensazione che in Italia, al di là della crisi, determinate scelte - quella di viaggiare per lunghi periodi, ad esempio - assumano un significato diverso che altrove...

Guardando fuori dal finestrino, man mano che mi avvicinavo a Palenque, mi rendevo conto che ormai ero lontana dai Caraibi. Il pullman si faceva strada tra le montagne, verdi, di un verde scuro, inframezzato dai colori dei panni stesi di fronte a quelle che ai miei occhi apparivano come abitazioni di fortuna, costruite qua e là. Vedevo ampie vallate, coperte dalla nebbia. T-shirt e leggings non mi bastavano più: faceva freddo e si percepiva l'umidità esterna.

Erano giorni che pioveva a Palenque. Aveva piovuto anche durante la notte. Quella mattina però aveva smesso. Ero diretta al sito archeologico che si trova poco fuori città e pensavo che sarebbe stato un peccato vederlo sotto l'acqua. Speravo che il tempo reggesse e così anche Claire. Una volta sul posto sono rimasta senza parole: non mi aspettavo che la foschia rendesse le rovine così suggestive. E nemmeno che la giungla nascondesse un mondo di suoni quasi surreale e che fosse sufficiente chiudere gli occhi ed ascoltare per scoprirlo. Solo le urla delle scimmie, infatti, rimbombavano, forti.

Foschia a Palenque

Il giorno successivo, mantenendo come base Palenque, sono andata a Bonampak e a Yaxilan (Leggi Gita a Bonampak e Yaxchilan: ne vale la pena?), ma da sola. Claire, infatti, era ripartita: ne aveva abbastanza del Messico e voleva andare in Guatemala. Io, invece, mi ero data ancora un po' di tempo, prima di attraversare la frontiera.

Si sa, in viaggio, come ci si incontra, così ci si saluta. Ed è giusto che ognuno vada per la propria strada.




Nessun commento:

Dimmi la tua lasciando un commento...