Da Holbox a Merida: quando senti di dover andare...

A Isla Holbox, alla fine, mi sono fermata un paio di giorni.

La mattina mi svegliavo sempre all'alba: era il momento ideale per quelle lunghe passeggiate sulla spiaggia, per rimanere sola con me stessa e pensare. 

Il pomeriggio lo passavo con Daniela, una ragazza svizzera che, dopo un corso di spagnolo a Città del Messico, ha deciso di viaggiare per un po' in Centro America. L'ho incontrata in camerata il giorno successivo al mio arrivo. Dopo le solite frasi di circostanza, quelle da ostello - Come ti chiami? Da dove vieni? Che giro fai? - le ore sono passate, tra una chiacchiera e l'altra, all'ombra di una palma. E così le ore sono passate anche il giorno successivo e quello dopo ancora, condividendo tacos, panuchas, quesadillas e, persino, una pasta al pomodoro.

Isla Holbox era ciò di cui avevo bisogno per abituarmi a quella che per me era una circostanza del tutto nuova: per la prima volta viaggiavo da sola e un contesto raccolto, dove non c'é granché da fare, che definirei tranquillo, si è rivelato semplicemente perfetto.

Il 4 gennaio ho pero lasciato l'isola. Ho infatti sentito il bisogno di riempire le mie giornate facendo qualcosa che mi tenesse impegnata; in fondo, avevo riflettuto abbastanza e poi non sono mai stata un tipo da spiaggia.

Preparato lo zaino, alle cinque del mattino, sono salita sul traghetto per Chiquilà, e una volta raggiunta la terra ferma sono partita per Merida.

Il viaggio in autobus è stato a dir poco allucinante: in sei ore ho fatto tappa in tutte le cosiddette comunidad che si incontrano lungo il tragitto, senza farmi mancare un sottofondo musicale caraibico prima e sacro (!!!) poi!

Scesa dal pullman ero stanca e un po' disorientata. Mi trovavo lontano dal centro e per raggiungere l'ostello dovevo camminare parecchio. Sapevo però che tutte le città messicane hanno un po' la stessa struttura: sono un insieme di vie, numerate, che formano una sorta di scacchiera, un po' come le antiche città romane.

Arrivata su Plaza Grande mi sono fermata ed ho tirato un sospiro di sollievo: l'ostello non doveva infatti essere lontano. Intorno a me la folla, bancarelle che esponevano artigianato, le più svariate specialità culinarie su banchetti improvvisati, persino mariachi e coppie in costume che ballavano. Ho scoperto solo dopo che quel giorno (e i giorni successivi) a Merida si teneva il festival della cultura maya.
 
In città ho trascorso due giorni tranquilli, osservando, passeggiando, visitando (leggi ''Merida: i 7 must senza spendere un peso!'').

Gli altri due giorni li ho dedicati a delle gite fuori porta, una ad Izamal (leggi ''Izamal, il gioiellino coloniale''), l'altra a Dzibilchaltun (leggi ''Il sito archeologico di Dzibilchaltun...''). A Izamal è andato tutto liscio. Da Dzibilchaltun, invece, ho rischiato di non tornare indietro (leggi Dzibilchaltun: difficile da pronunciare, difficile da lasciare...).


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