venerdì 18 dicembre 2015

Del mio arrivo nella moderna Tokyo…

Il Narita Express era partito da poco quando lungo i binari abbiamo iniziato a scorgere, tra edifici bassi e squadrati, qualcuna di quelle case con quei tetti a cui tutti pensiamo nei momenti in cui per la testa ci passa l’Oriente. Sapevo bene tuttavia che in Giappone, o almeno in quel Giappone che stavamo per scoprire, sarebbero state una rarità. Il treno procedeva ed io cercavo di scovarle, una ad una, già in attesa di partire alla volta di quel Asia che più mi affascina e che spero di trovare nei prossimi lunghi viaggi.

Avevo scelto il Giappone però ed ero lì, attratta dalla sua modernità, che è ciò che probabilmente lo rende altro rispetto a molti Paesi del continente a cui appartiene. Ed ecco che alle porte di Tokyo, immediatamente, ci siamo trovate di fronte uno dei segni più tangibili di quella modernità che in fondo (sì, in fondo) speravo avesse lasciato un po’ di spazio a quello che è stato, al passato, alla tradizione, nelle sue molteplici forme: mentre il treno entrava in città, sulle rotaie, ha infatti dovuto farsi largo tra i grattacieli, che si profilavano sempre più alti e coperti da insegne pubblicitarie e maxi-schermi.

La nostra destinazione, la nostra base, non poteva che essere il quartiere di Asakusa, uno dei pochi che forse ha mantenuto un non so che di caratteristico, di tipico, se così si può dire.

                                                           Tokyo - Quartiere di Asakusa - Lanterne

Arrivate all’ufficio informazioni della stazione di Tokyo, ci hanno dato una mappa delle linee urbane e persino un bigliettino con le indicazioni (in inglese!) del percorso che dovevamo seguire per raggiungere la fermata più vicina al nostro ostello. <<Geniale!>>, ho pensato, quando mi sono ritrovata tra le mani quel piccolo ma prezioso pezzo di carta: in un colpo solo risparmiano tempo ed evitano qualsiasi problema di comunicazione. Per la seconda volta, a poche ore dal nostro arrivo nel Paese del Sol Levante, si è palesata un’efficienza che è tutta giapponese, che avevamo già sperimentato in aeroporto e che abbiamo continuato a sperimentare anche nei giorni a venire. Che sia una conseguenza di quella modernità verso la quale il Paese si è lanciato qualche decennio fa?

Mia mamma stava per sollevare il suo trolley: qualche gradino ci separava infatti dall’ascensore che ci avrebbe riportate in superficie. All’improvviso un uomo si è rivolto proprio a lei: parlava in giapponese però e alle sue orecchie, così come alle mie, è giunto qualcosa di assolutamente incomprensibile. Stupita, si è girata, cercando di capire cosa volesse, anche perché le sue parole avevano tutto il tono di un rimprovero. In realtà l’uomo voleva solamente evitarle quella fatica! E l’estrema gentilezza dei giapponesi? Quella forse trova la sua ragione d’essere in qualcosa di più profondo, in un insieme di comportamenti e abitudini che hanno origini più lontane nel tempo? Ha forse un retaggio culturale che non è andato perso? 

Lasciata la fermata della metropolitana, abbiamo varcato il portale che dà accesso ad un bellissimo complesso templare, il Senso-ji. Solo la nuvola sprigionata dall’incensiere offuscava il colore predominante, quello che contraddistingue tutti gli edifici, il rosso. Quegli altri edifici, invece, simili a tanti mattoncini, che sorgono tutti intorno a quello che ci è apparso un po’ come un mondo perduto all’interno dei confini di Tokyo, beh, quelli è meglio non guardarli.

                                                         Tokyo - Quartiere di Asakusa - Senso-ji

Intorno a noi c’era una folla incredibile, soprattutto se paragonata ai nostri luoghi di culto. Dovevamo farci largo tra chi non si faceva mancare un dolcetto o l’acquisto di qualche souvenir lungo il viale che porta all’edificio principale e chi si fermava per prendere un omikuji (un biglietto con una predizione divina) per poi legarlo ad una rastrelliera nel caso in cui la sorte prospettata fosse stata cattiva. Oltre a chi era di passaggio e si fermava a guardare le bancarelle, c’era dunque anche e soprattutto gente del posto, giapponesi che erano lì per vivere una loro dimensione spirituale, che - come mi è sembrato di capire anche in altri contesti - non è stata spazzata via del tutto dall’avvento della modernità.

              
Tokyo - Quartiere di Asakusa - Giapponesi in preghiera 
      
Quali effetti ha avuto dunque l’avvento della modernità sulla quotidianità dei giapponesi? Prima di partire sono rimasta molto colpita dalla visione che Tiziano Terzani aveva dello stile di vita da questi condotto, frutto di quella che – appunto –  definisce modernità. Spaventoso è l’aggettivo che ha utilizzato per descriverlo e, tra le righe, ha persino affermato di esserne terrorizzato, per i suoi ritmi, frenetici, devastanti. Io tutto questo non l’ho visto, non l’ho percepito, né il giorno del mio arrivo, né successivamente. Sarà che i miei occhi, quelli di una viaggiatrice, non sono arrivati a vedere cosa accade all’interno di quei grattacieli sede di qualche colosso nipponico e neppure nelle case dei giapponesi? A Tokyo, tutto sembra muoversi veloce, non solo i treni su quelle rotaie sopraelevate che hanno un non so che di avveniristico, ma anche le persone. Eppure mi rimane questo dubbio: quella realtà è davvero così terribile? A Milano, Londra o New York è diverso?

E così, guardandoci intorno, ci siamo perse e - a volerla dire tutta - a pochi passi dall’ostello! Ancora non me ne capacito, visto che nel successivo mese e mezzo non mi è più accaduto! Eppure la via l’abbiamo ritrovata solo grazie ad una ragazza che, vedendoci con la cartina in mano, di sua spontanea volontà, si è fermata e con il suo smart phone ha saputo darci le giuste indicazioni…

Dopo una buona tazza di tè, eravamo pronte, pronte per un pomeriggio soft ad Asakusa, tra ragazze e ragazzi in kimono, all’ombra del Tokyo Sky Tree, la torre delle telecomunicazioni più alta del mondo, che è proprio lì, al di là del fiume, incombente sul Senso-ji e sui vecchi edifici del quartiere, quelli che ricordano i lego…

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