mercoledì 28 settembre 2016

Viaggio negli anni più bui della storia cambogiana: il campo di morte di Choeung Ek ed il museo di Tuol Sleng

Ero appena arrivata a Phnom Penh quando, passeggiando lungo il Mekong, ho notato delle bancarelle. Lì gli ambulanti vendevano libri e molti di quei libri dovevano parlare della storia della Cambogia, della storia più recente, quella scritta dagli Khmer Rouge e da Pol Pot tra il 1975 ed il 1979.

Il mio viaggio in Cambogia non poteva non essere anche un viaggio negli anni più bui del Paese e per questa ragione, dunque, non potevo mancare una visita al campo di morte di Choeung Ek ed al museo di Tuol Sleng, lì nella capitale. 

Il mio viaggio in quegli anni bui è iniziato con una lettura, perché lì, di fronte a tutti quei titoli, il confronto con fatti e vicende terribili che hanno portato alla morte due milioni di cambogiani, ovvero un quarto della popolazione di allora, era divenuto irrimandabile.

Scegliere un libro piuttosto che un altro significava scegliere di conoscere una determinata storia, la storia di uno dei sopravvissuti, la sua esperienza. E significava, implicitamente, anche scegliere di conoscere un dolore, una sofferenza, piuttosto che un'altra, o meglio, tante altre.

Alla fine ho optato per ''They first killed my father'' di  Loung Ung.

Quando gli Khmer Rouge hanno preso il potere, l'autrice era solo una bambina di cinque anni, che viveva in un bel appartamento di Phnom Penh, che amava trascorrere le serate sul balcone in compagnia del papà, andare al mercato con la mamma e condividere le sue giornate con i suoi tre fratelli e le sue tre sorelle. Era una bambina come tante altre, che da un giorno all'altro ha visto la propria vita stravolta da quel regime che voleva trasformare la Cambogia in uno stato di stampo comunista autosufficiente, la cui economia doveva fondarsi esclusivamente sull'agricoltura: si è infatti trovata a vivere nelle campagne, ai lavori forzati, a patire la fame e a vedere i membri della sua famiglia morire uno dopo l'altro.

Nella Cambogia di quei tempi, effettivamente, la gente moriva per le condizioni in cui era costretta a vivere, moriva di fame, di malattia. E moriva uccisa dagli Khmer Rouge: non lavorare abbastanza, cercare del cibo, indossare gioielli, pregare - giusto per fare qualche esempio - erano tutte azioni punibili, con la morte!

Due giorni dopo aver comprato il libro, sono andata a Choeung Ek, uno dei trenta campi della morte istituiti in quella che fu chiamata Kampuchea, un campo della morte che ha fatto 20.000 vittime in quattro anni.

Cheung Ek - Cambogia

Cheung Ek - Cambogia

Cheung Ek - Cambogia

Cheung Ek - Cambogia

Cheung Ek - Cambogia
   
Lo stupa commemorativo, nel quale sono stati riposti più di 8000 crani, è ciò che di più forte mi porto dietro da quel luogo e dalla Cambogia in generale, forse perché di un'eloquenza unica, che non può cessare di fare eco. 

Ci sono però anche le ossa, nelle teche, per terra, nella terra, così come i vestiti, ormai a brandelli, di chi ha trovato la morte proprio lì. 

E ci sono decine e decine di fosse comuni. Nella più grande delle quali sono stati trovati 450 corpi. 

Le morti, lì, per lo più sono state morti lente: per uccidere, non un colpo di fucile, ma un colpo di martello sul cranio, perché i proiettili dovevano essere risparmiati. Ed è per questa ragione che molti dei crani riposti nello stupa hanno una frattura, una sorta di crepa. Per finire le loro vittime, oltre che per nascondere l'odore dei corpi che si sarebbero poi decomposti, gli Khmer Rouge utilizzavano degli agenti chimici, dei quali oggi sembra ci sia ancora traccia.

Ricordo che quando ho lasciato Choeung Ek non riuscivo a proferire parola e così anche le due ragazze che erano con me; di cose da dire ne avrei avute tantissime, ma tutto ciò che mi veniva in mente mi sembrava banale dopo ciò che avevamo visto. Credo che prendere coscienza di tanta brutalità crei un senso di impotenza che non può che ammutolire.

E quel viaggio negli anni più bui della Cambogia non era ancora terminato. Quello stesso giorno sono andata anche al museo di Tuol Sleng, che un tempo era una scuola e poi, nel 1975, è divenuto il più grande centro di detenzione e tortura del Paese.

Tuol Sleng - Cambogia
Tuol Sleng - Cambogia

Tuol Sleng - Cambogia

Più di 100 persone perdevano la vita in un solo giorno a Tuol Sleng, che oggi è appunto un museo che testimonia i crimini commessi dagli Khmer Rouge.

Non riesco a descrivere la sensazione che ho provato camminando tra le celle, guardando i volti di coloro che sono stati rinchiusi lì, guardando quelle foto scattate dai carnefici, tutto sommato, neanche tanto tempo fa...

Mi trovavo a Kampot, una cittadina sulla costa della Cambogia, quando un giorno, mentre ero in un bar, si è fermato un uomo, mutilato, che chiedeva l'elemosina. Avevo tra le mani ''They first killed my father'' e stavo leggendo di fatti di accaduti nella seconda metà degli anni settanta, ma davanti a me avevo la prova che quel capitolo della storia cambogiana non si era ancora chiuso del tutto. Quell'uomo doveva aver trovato sulla sua strada una mina, di quelle volute da Pol Pot, che ancora oggi continuano ad esplodere.

Di momenti come questo ne ho vissuti molti anche nei giorni successivi. 

Come potevo non riflettere su quello che sono stati quei quattro/cinque anni per i cambogiani e soprattutto come potevo non riflettere sulle conseguenze che hanno sull'oggi, su una popolazione che - tra l'altro - ha perso un'intera generazione?

Volete sapere quando si è concluso il mio viaggio negli anni più bui della storia del Paese? Quando ho lasciato la Cambogia, per tornare a Bangkok...


Vuoi vedere qualche foto che ho scattato a Choeung Ek ed al museo di Tuol Sleng? Segui i link e se ti va metti mi piace sulla pagina facebook di My way, around the world.





Nessun commento:

Dimmi la tua lasciando un commento...